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Generalissimo Zappo

Generale Zappo

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Attivista NeoBorbonico.
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I popoli liberi del 2000...

Rileggevo ieri piuttosto svogliatamente le notizie sul giornale online che di solito consulto. Senza aver trovato nulla di particolarmente interessante mi sono soffermato su un titolo in particolare. La trattazione per l'indipendenza kossovara dalla Serbia. Mi è balenato un piacevole sorriso. Ho avuto modo di approfondire la storia della "nazione" Kossovara e vi posso assicurare che la sua storia, le sue volontà di essere storia si basano su fatti di sangue atroci e barbari. Fatti di sangue che hanno negli ultimi decenni una raccapricciante assonanza con ciò che il Garigliano, Casalduni e Pontelandolfo, Bronte e molti altri borghi meridionali, videro 147 anni fa.

Forse è bene fermarsi a riflettere su quanti popoli nei soli ultimi 10 anni hanno raggiunto il traguardo dell'indipendenza e non in continenti isolati e in regioni cofinate ai limiti del mondo conosciuto, ma in Europa. La Scozia che ha visto il trionfo degli "indipendentisti" alle ultime elezioni, il Montenegro che si è sperato due anni fa dalla Serbia, le Fiandre che riscopertesi nazione esprimono chiaramente la volontà di una loro autonomia e appunto il Kosovo. Mi viene da sorridere quanto ripenso a certi discorsi e certi commenti nei quali la critica principale ai nostri obbiettivi era l'anacronicità della cosa. L'impossibilità nel 2000 di avviare un processo di indipendenza. Alla luce di questi movimenti di popoli, delle conquiste catalane e basche nella Penisola Iberica, non trovo in questo nulla di anacronistico. Tanto più che questi paesi che, giustamente, lottano e raggiungono la loro dignità di popolo non posso vantare una storia paragonabile a quella della nostra terra. Della nostra nazione, fino a tre generazioni fa.

L'altra critica interessante che si muove alle nostre ipotesi è l'ipossibilità di "reggere" uno stato sul sistema economico attuale del Mezzogiorno. Per quali motivi il sistema economico attuale del Mezzogiorno stia cosi lo abbiamo detto tante volte, che ci sia la necessità di riformarlo e di migliorarlo è l'obbiettivo principale che ci poniamo tutti, con vie diverse dopo un secolo e mezzo di fallimenti e rapine. Ma in tutta onestà io non credo che il sistema economico Montengrino o peggio Kosovaro sia notevolmente migliore o con più potenzialità del nostro e in più non ho notizie di tracollo della situazione Montenegrina che seguo per un mio personale affetto verso gli affari di quelle popolazioni sud slave, ma ho notizie di un interessamento della Comunità Europea a tale reltà economica. In ogni caso pensare che i popoli si muovano e agiscano nei soli programmi di un'economia nazionale non è solo l'adesione ad un gretto meccanicismo storico e morale, ma è un errore. Sono le economie nazionali che si muovono e agiscono condizionate dai movimenti e dalle scelte dei popoli.

 

Generale Zappo.

Articolo sul Mattino Nazionale

Riportiamo un ottimo articolo del Mattino
 
Il brano che segue è tratto dall’introduzione a «Controstoria dell’Unità d’Italia» di Gigi Di Fiore (Rizzoli, pagg. 463, euro 19: da mercoledì in libreria). Gigi Di Fiore La prima Costituzione dell’Italia unita ha ormai 160 anni. Anche se nella sua redazione non vi furono apporti o discussioni da parte di qualsivoglia assemblea elettiva, lo Statuto Albertino riuscì a superare tutte le burrascose tempeste delle epoche successive. Pensato per un piccolo territorio e per una popolazione di appena sei milioni di abitanti, finì per diventare l’impalcatura normativa dell’Italia unita. Non è certo un caso che proprio la lettura storica del Risorgimento abbia messo sempre d’accordo le destre e le sinistre italiane di ogni epoca. Per molti decenni è stato quasi impossibile avviare un’analisi critica del Risorgimento - figurarsi poi del suo eroe più popolare quale era Giuseppe Garibaldi - senza attirarsi accuse di revanchismo. Ma non poteva essere altrimenti, se si pensa ai periodi storici in cui l’ipotetica rilettura critica avrebbe potuto attuarsi. Negli anni successivi all’unità d’Italia, tutti i documenti e le testimonianze più diffusi erano dettati da chi aveva vissuto da protagonista vincente il processo storico risorgimentale. Ai margini, le ragioni dei repubblicani, dei mazziniani, dei democratici garibaldini. Per non parlare poi dei «senza voce», le ragioni ignorate di coloro che di quel processo furono i veri sconfitti della storia: i militari degli Stati preunitari (soprattutto i soldati borbonici o i componenti della Brigata estense), i contadini del Sud che avevano creduto nelle promesse garibaldine, gli ambienti cattolici. (...) Ma, a partire dall’avvento dello Stato repubblicano, anche sugli anni del Risorgimento riuscirono a portare nuova luce documenti inediti, come quelli dell’Archivio Borbone. Eppure la comprensione per ciò che accadde faticò a spogliarsi del tutto da un approccio di tipo «mitologico». La sacralità del Risorgimento ha a lungo condizionato anche gli storici dalle vedute culturali più ampie. Scrivono, sul punto, gli studiosi Derek Beales e Eugenio Biagini: «Per la maggior parte degli storici e per quasi tutti gli italiani, l’unificazione non fu l’esito improvviso e accidentale di guerra e diplomazia. Fu un risultato o una fase della rinascita nazionale». Guerra allo straniero, eppure nello Stato delle Due Sicilie fu scacciata una dinastia che guidava quel Regno da quattro generazioni. Guerra popolare, ma l’adesione fu sempre minima, mentre prevalse nella maggioranza degli italiani un atteggiamento passivo di attesa. Rivoluzione italiana, ma senza le armi della Francia e della Prussia difficilmente l’esercito italiano avrebbe vinto la Seconda e la Terza guerra d’indipendenza. Alla fine, a ben vedere, fatta eccezione per i conflitti con l’Austria, la rivoluzione ottocentesca nella penisola fu in gran parte una guerra civile tra italiani, soprattutto nel Sud. Basti pensare alla spedizione garibaldina con l’immediata discesa dei soldati regolari piemontesi nel Regno delle Due Sicilie, o alla repressione della rivolta contadina del brigantaggio. Ad alimentare l’intoccabile mito del Risorgimento, per decenni hanno contribuito visioni etiche della storia, retoriche, univoche interpretazioni dei fatti. (...) Il silenzio ha sempre avvolto il ruolo avuto dai gruppi mafiosi in Sicilia e camorristi a Napoli nell’avanzata di Garibaldi. Ma fu in seguito che il cinismo, e i cannoni, presero la mano ai militari piemontesi diventati italiani: fucilazioni e stati d’assedio, la legge speciale del 1863, applicata solo nelle sei regioni del Sud, divisero, già al suo nascere, l’Italia a metà. E il brigantaggio, che qualcuno definì «guerra contadina», altri ribellione sociale, altri ancora strumentale opposizione finanziata e pilotata dal re Francesco II di Borbone in esilio, costò un numero di morti quasi pari a quelli delle tre guerre d’indipendenza insieme: dal 1861 al 1865, 5212 uccisi, 5044 arrestati, 3597 consegnati, per un totale di 13.853 uomini fuori gioco, secondo i dati in possesso dell’Ufficio storico dell’esercito. Dati che, secondo altri, come Franco Molfese o Carlo Alianello, sono approssimati per difetto. E poi il controllo dei giornali e dell’opinione pubblica, anche attraverso cospicue sovvenzioni, l’uso di agenti provocatori di piazza nelle insurrezioni «popolari» dell’Italia centrale, il reticolo di informatori in varie regioni della penisola, le trame politiche governative in Piemonte. Insomma, se si sfogliano senza pregiudizi e con serenità le pagine del nostro Risorgimento si potrà, raccontando fatti documentati, arrivare a riempire un «libro nero» di episodi, ambiguità, furbizie che contribuirono a realizzare l’unità d’Italia. Accendere i riflettori sulle violazioni dello Statuto Albertino, commesse per preservare con la forza l’unità d’Italia, sottolineare che furono praticate politiche di conquista nei confronti di Stati sovrani (primo fra tutti il Regno delle Due Sicilie), o approvate leggi anti-cattoliche nella necessità di arrivare a Roma azzerando il potere temporale del papa, non significa certo delegittimare l’unità d’Italia, ma piuttosto cercare di conoscere meglio la genesi della nostra nazione. (...) Anche nella diversità delle identità regionali, nel riconoscimento critico di metodi oggi censurabili, possono ritrovarsi le vere ragioni dell’essere nazione unita.

Garibaldi blasfemo e ridicolo

Riportiamo qui un testo (la cui nota di provenienza è espressa alla fine) che abbiamo ritrovato in un sito sardo dedito a riscoprire i valori di quella terra e i soprusi che i savoia vi hanno commesso. Oltre ad essere blasfemo vi renderete contro di quanto sia ridicolo e quanto i "garibaldini" fossero persone del tutto "equilibrate".
 

Garibaldi?Il Padreterno! ah ah ah

Quale contributo al bicentenario garibaldino, pubblichiamo il testo di un manifesto diffuso nel 1882 a Milano dai seguaci di Garibaldi. Si tratta della parodia garibaldesca del Catechismo Romano, con la persona di Giuseppe Garibaldi che sostituisce addirittura la SS. Trinità!

LA NUOVA DOTTRINA DI GIUSEPPE GARIBALDI DEDICATA AL POPOLO ITALIANO

LEZIONE PRIMA (Domanda e risposta)
D. Qual’è il principio d’ogni nostra operazione?
R. E’ il segno della Croce.
D. In. qual modo fate voi il segno della croce?
R. Così: Nel nome di Giuseppe Garibaldi vero padre d’ItaGlia, del figliuolo suo primogenito Menotti, dello spirito di libertà che essi hanno sempre difeso, propugnato e diffuso. Così sia.
D. In nome della patria vi faceste volontario; ma chi vi ha creato?
R. Mi ha creato Garibaldi.
D. Per qual fine vi ha creato volontario?
R. Mi ha creato volontario per onorate l’ItaGlia, amarla e servirla in ogni circostanza.
D. Come premia Garibaldi coloro che amano l’ItaGlia?
R. Colla vittoria.
D. La vittoria qual frutto vi dà?
R. Di vedere la nostra ItaGlia grande, libera ed indipendente.
D. Chi è Giuseppe Garibaldi?
R. Giuseppe Garibaldi è uno spirito generosissimo quale altro non si trova in terra.
D. Quanti Giuseppe Garibaldi ci sono?
R. Vi è un solo Giuseppe Garibaldi.
D. Dov’è Garibaldi?
R. Nel cuore d’ogni onesto italiano e di quanti altri amano la vera libertà.
D. Giuseppe Garibaldi quante persone ha in sé?
R. In Giuseppe Garibaldi ci sono tre persone realmente distinte.
D. Quali sono queste persone?
R. Il padre della patria, il figliuolo dell’onestà e lo spirito della libertà.
D. Che Giuseppe Garibaldi possegga queste tre persone sta bene, ma però avrà la preferenza per una di queste?
R. No, nessuna preferenza. Per lui sono tutte e tre eguali, perché hanno la stessa grandezza, la stessa potenza, la stessa sapienza.
D. Quale di queste tre persone si è fatta uomo?
R. La seconda, cioè il figlio dell’onestà.
D. Come fece per farsi uomo?
R. Ha preso corpo ed anima eguale alla nostra, nel seno fortissimo di sua madre.
D. Per opera di chi si è fatto uomo?
R. Per opera dello spirito di libertà.
D. Una causa ci volle perché si facesse uomo; e questa causa qual fu?
R. La più bella, la più grande, quella che ha sempre, abbracciata, quella di salvare l’ItaGlia, di vedere il vessillo tricolore sventolare sulle torri di Roma e tutti i popoli liberi e prosperosi.
D. Come ha fatto per liberare l’ItaGlia?
R. Ha sconfitto i Tedeschi, i Borboni, i Papalini vincendoli dappertutto.
D. Dove trovasi ora Giuseppe Garibaldi in persona?
R. In ItaGlia.
D. E in spirito?
R. Presso tutti i popoli del mondo.
LEZIONE SECONDA
D. Garibaldi avrà i suoi comandamenti; mi sapreste dire quanti sono?
R. Sono dieci.
D. Spiegateli.
R. 1. Io sono il padre della patria ed il soldato della libertà.
2. Non essere mai volontario invano.
3. Sii giusto, buono, umano come lo sono io.
4. Ama la patria, ed insegna ai tuoi figli a farla rispettare, a costo anche della vita.
5. Spazzare tutti coloro che congiurano a danno della nostra bella ItaGlia e non fidarsi mai del prete; anzi combatterlo ed estirparlo senza remissione.
6. Non fornicare che a danno dei nemici d’ItaGlia.
7. Non rubare la riputazione di volontario e di cittadino onesto, ma portarsi sempre degnamente, sia in tempo di pace che di guerra.
8. Non essere falsario, come quelli che predicano la religione di Cristo colla bocca, e la rinnegano col cuore.
9. Non desiderare che l’ingrandimento della tua patria, ma senza oltrepassare i confini d’alcuno.
10. Non desiderare che Roma vera capitale d’ItaGlia e la libertà universale.
D. Se tu non rispetti questi comandamenti, qual cosa nascerebbe?
R. Il disprezzo di Garibaldi, quello dei tuoi concittadini, un marchio d’infamia che 27 milioni d’Italiani ti getterebbero in faccia.
LEZIONE TERZA
D. Il volontario italiano, per vincere bisogna avere delle virtù?
R. Sì, ne deve avere tre.
D. Mi sapreste significare quali esse siano?
R. La Fede, la Speranza e la Carità.
D. Mi sapreste voi formulare l’atto di Fede?
R. Sì.
D. Ditelo.
R. Io credo fermamente che Giuseppe Garibaldi è il vero padre di tutti gli Italiani, che incita i valorosi, incute spavento ai codardi. Credo che in ItaGlia vi siano uomini grandi ma come lui impossibile trovarne un secondo, perché egli per le sue virtù è il più grande della Nazione. Credo infine che cogli stessi suoi principii, il suo primogenito figlio, che gli siede a lato continuerà la risurrezione dei popoli tutti che ancora si trovano nelle mani degli oppressori.
D. Ora che ci avete formulato l’atto di Fede, diteci quello della Speranza.
R. Mio Generale, in voi che siete tanto grande, onesto, generoso e leale, riponiamo ogni nostro benessere, ogni nostra speranza e ogni nostra fiducia perché colla vostra parola e con l’opera vostra le province italiane ancor soggette allo straniero abbiano presto ad entrar a far parte della gran famiglia italiana, e tutti possiamo sempre più progredire sulla via della libertà e toccarne la meta.
D. Diteci la formula dell’atto di Carità.
R. Mio Generale, vi amo sopra ogni cosa perché siete giusto e leale; vi amo perché voi mi conduceste di vittoria in vittoria; vi amo principalmente perché con l’opera vostra s’è compita la unificazione d’ItaGlia, e per amor vostro amo tutti gli italiani e tutti i miei compagni d’armi come me stesso.
LEZIONE QUARTA
D. In qual maniera opera in noi la fede?
R. Nell’obbedire e nel rispettare i voleri del nostro amato Generale.
D. E la speranza cosa opera in noi?
R. Ponendo in Giuseppe Garibaldi, nostro amoroso padre, intera la nostra confidenza, facendoci inoltre sperare un’era novella di gloria e di libertà dandoci le armi necessarie per conseguirla.
D. Per qual motivo dobbiamo da Garibaldi la libertà degli altri popoli italiani sotto il dominio straniero?
R. Dobbiamo sperarla nella sua influenza, nel suo coraggio e valore, e nella sua promessa di rendere l’ItaGlia tutta agl’italiani.
D. Qual’è l’orazione più accetta a Garibaldi?
R. Quella che lui stesso ci ha insegnata, cioè la Santa Carabina, conosciuta comunemente sotto il titolo Padre nostro,
D. Che cosa contiene il Padre nostro?
R. Contiene tutto quello che si ha da sperare e domandare dal nostro Generale.
D. Diteci dunque il Padre nostro.
R. Padre nostro che sei in ItaGlia, sia benedetto il tuo nome, vengano gli ordini tuoi, sia fatta la tua volontà sul campo come in città. Dacci sempre tutti i giorni fucili e cartucce per combattere i nemici, e consigli per bene operare. Rimetti le nostre mancanze come noi le rimetteremo ai nostri compagni, e non ci indurre nella tentazione di contare il numero dei nemici, ma liberaci da chi vuole la nostra oppressione.
LEZIONE QUINTA
D. La Carità cosa opera in noi?
R. Fa che noi amiamo il nostro Generale, e i nostri compagni d’arme come noi stessi per amore di Garibaldi.
D. Perché noi dobbiamo amare i nostri compagni d’arme?
R. Perché ce lo comanda Garibaldi e perché tutti siamo suoi figli.
D. Ma egli la esercita la carità?
R. Sì certo, nessuno ha mai alzata la supplichevoli sua sino a Lui senza essere ascoltato.
LEZIONE SESTA
D. E’ necessario che noi facciamo gli atti di Fede, di Speranza e di Carità?
R. Sì, dobbiamo farli, giunti all’età di poter portare un fucile, e particolarmente quando siano necessari a soddisfare a qualche obbligo di cittadino italiano e di soldato.
D. Fa bene chi si esercita molto di frequente in questi atti?
R. Fa benissimo, perché è la migliore cosa che possa fare un cittadino italiano.
D. Basta profferire questi atti colla bocca?
R. Questo non basta, ma bisogna accompagnarli coi fatti.
LEZIONE SETTIMA
D. Fra le virtù delle quali abbiamo parlato, qual’è la maggiore e la migliore?
R. La Carità, che ci rende amici e flglioli di Garibaldi e meritevoli di combattere sotto la stia bandiera.
D. Qual’è la prova della Carità?
R. L’osservanza dei comandamenti di Garibaldi.
D. Che cosa ci ordina Garibaldi in generale nei comandamenti?
R. Di fare il bene e fuggire il male.
D. Qual’è il male che noi dobbiamo fuggire?
R. La discordia ch’è contraria alla Carità, e che è la peggiore disgrazia che possa accadere all’ItaGlia.
LEZIONE OTTAVA
D. Chi avesse perduta la grazia con qualche mancanza, non potrebbe più riacquistarla?
R. La porrebbe riacquistare per mezzo di un sincero ravvedimento cioè di un sincero dolore di aver commessa la mancanza e con una vita di riabilitazione.
D. In che consiste il dolore della mancanza?
R. In un sommo dispiacere, e in una vera afflizione di aver mancato agli insegnamenti di Garibaldi.
D. In che consiste il proponimento?
R. In una volontà risoluta e sincera di perdere piuttosto la vita che commettere una nuova mancanza.
D. Come si chiama il dolore di aver offeso il Generale congiunto al proponimento di non più offenderlo?
R. Contrizione.
D. Cosa è la contrizione?
R. La contrizione è un dolore, è una detestazione sincera delle manncanze commesse con fermo proponimento di non commetterle più pe rl’avvenire.
(Fonte: Archivio Ambrosiano, XXXII, Il Duomo cuore e simbolo di Milano, Centro Ambrosiano di documentazione e studi religiosi, pagg. 249-253, dall’Archivio G. F. Radice, Cartella Rosmini)
3rd Settembre 2007
 
Ora riportiamo un video molto interessante di uno storico (tra l'altro genovese e molto divertente) alla sua pubblicazione del suo libro dal titolo: Garibaldi, Eroe o Cialtrone? (seguiranno altri documenti atti a chiarire questa meschina figura)
 
 
Godeteveli sono brevi, divertenti e molto esplicativi
(e un grazie al sito dell'indipendenza sarda che ci ha fornito il materiale su garibaldi) 
Generale degli Ausiliari del Re, Zappo.
 
 

Riflessione sui mali del sud

Il Sub Comandante Lelez ci regala questa splendida riflessione sul Sud e sui suoi mali.

Lo spirito di riscoperta delle nostre origini cosi come la nostra identità in quanto stato,non sono certo sotterfugi per legittimare un presente ahimè non edificante, ne tantomeno, come alcuni prospettano, per adagiarci in una nostalgica melanconia dinanzi a problemi meritevoli di un impegno "contemporaneo". Però se vogliamo ,come logica insegna,vedere i problemi non solo per il loro attuale sviluppo ma anche per laro passata origine,non possiamo,documenti alla mano,non dire peste e corna dell'unificazione,che tutto ha portato fuorchè quel progressismo di cui si faceva foriera. I mali del nostro sud,criminalità organizzata,povertà,hanno senza ombra di dubbio origine nelle scorrerie garibaldine,origine di cui esistono svariati esempi costitutivi di prova.cosi come appare naturale la sua diffusione nell'epoca post'unitaria,vista la percezione di uno stato,conquistatore,ladro,illegittimo,la cui sola cruenza dell'operato costituiva un ottimo motivo,finito il brigantaggio,per parteggiare per un "parastato" di opinabile legalità. O meglio come si poteva chiedere a un meridionale d'allora di combattere contemporaneamente lo stato e la camorra (cioe il parastato)?? E proprio per quel governo unitario mai desiderato dalle masse popolari che nasce la totale perdita del rispetto per lo stato e per le sue leggi.un regime che fino a pochi anni prima invia 100.000 truppe a reprimere sommosse popolari nel sangue non puo pretendere il rispetto delle sue leggi. Ne si evince quindi che il senso di sfiducia per le istituzione e un senso della legalità piuttosto approssimativo sono prodotti del risorgimento,e dell'iniquità del regno che immediatamente dopo colpi il sud come una mannaia,provocando l'emigrazione di 15 milioni di meridionali.  (Continua...)

Sub Comandante Lelez

Programma del Movimento

Programma

Noi come neoborbonici ci proponiamo principalmente il riconoscimento della Verità Storica della nostra nazione, della sua barbara conquista. Per troppi anni nel silenzio più completo essa è passata come un'evento storico trascurabile o peggio come il frutto di uno spontaneo movimento popolare che non c'è mai stato, che anzi si è manifestato contro quella brutale aggressione. Noi vogliamo affermare che la povertà, la mafia, la camorra, l'emigrazione sono state conseguenze e sono state rafforzate su posizioni che oggi appaiono inespugnabili da quella infame invasione che nulla aveva di liberatorio.

Cosa deve fare oggi un neoborbonico? Deve occuparsi di politica?

Tutte le ideologie che da paese stranieri e lontani o nemici sono confluite nella penisola in seguito alla nostra rapace colonizzazione e per questo movito esse ci sono ragionevolmente estranee. Ci sono estranee poichè non riguardano gli interessi della nostra nazione, del nostro Sud, perchè da sempre vi hanno solo trovato campi di sfruttamento e non ci hanno mai trattato come Nazione, mai dato la dignità di popolo, mai aiutato a far emergere la verità e anzi. Tutte, susseguendosi al potere, ce l'hanno ciecamente negata e sostituita con favole e invenzioni fantasiose. La cosa da fare è principalmente informarsi, studiare la nostra storia oltre le favole che ci propinano alle medie in scuole fatiscenti e male organizzate. Informarsi e diffondere, fare proprio il patrimonio culturale della nostra bella terra.

Può dunque un Neobrobonico essere, ad esempio, Anticlericale?

No è un'antitesi. Unica a rimanere al nostro fianco, unica nella sostanza a patire di saccheggi e di rapine come noi abbiamo patito, è stata la Santa Chiesa. I Borbone erano sovrani cristianissimi, il loro popolo, noi, il nostro popolo, era un opolo di forte religiosità. Questa religiosità, questo omogeneo e inattaccabile cattolicesimo, fu uno dei tanto motivi che spinse la massoneria Inglese e il massone Garibaldi, oltre a tutta la schiatta blasefma dei Savoia a invadere il nostro Reame, nonchè gli stati della Chiesa. Alcuni esempi lampanti. Il ponte delle Furie costruito dai Savoia in Roma è un tripudio di simboli massonici e spade puntate contro la cupola di San Pietro. Cosi la ridicola statua di Vittorio Emanuele posta sacrilegamente a palazzo Reale punta la sua sciabola contro la Basilica di San Francesco a Paola. Cavour tentò invece di eliminare un personaggio come Don Bosco e ci sarebbe tanto e tanto da dire ancora su questo argomento.

Qual'è il nostro progetto politico?

Si Auspica una soluzione di tipo fortemente federale per la nostra bella terra, e con Essa per tutti gli quegli stati saccheggiati della loro identità di nazioni dalla conquista sabauda. Una soluzione federale di respiro Europeo che preveda il rientro, anche solo come figura rappresentativa di unità della nazione, del Re di Borbone nella persone dell'avente diritto al titolo. E' indispensabile per tale progetto il sorgere di istituzioni napolitane con due Camere dove con un sistema di larghe autonomie comunuali vengano eletti rappresentati da ogni provincia della nazione. La lotta a coloro che hanno lucrato sulla disgrazia della nostra nazione sarà senza sosta e limiti con pieni poteri alle forze di polizia, la confisca e il riutilizzo dei beni, il confino per parenti dei capi della malavita che non siano disposti a collaborare e carceri specializzate e più dure per chiunque sia attivo anche nel più piccolo incarico di tali nenfande infezioni che verranno, con violenza e decisione, estirpate.

L'immigrazione

Il nostro Regno è stato da sempre una culla di tolleranza e ospitalità- Per questo coloro che dalle coste africane in cerca di spranza hanno riscoperto i nostri splendidi lidi. Tutti coloro che risiedono da più di tre anni nel nostro amato paese possono gratuitamente e anzi sono invitati a ottenere la gloriosa cittadinanza duosiciliana. La nostra religiosissima Nazione ha come Religion di Stato la dottrina della Santa Romana Chiesa, ma tutti coloro che partecipano di altre confessioni religiose saranno autorizzati e liberi di farlo dietro una simbolica imposta che riaffermi la supremazia della Regia Fede della nazione.

E' un programma ambizioso, ma di meno la nostra terra non merita. Ci vorrà tempo, tanto tempo e tanto impegno. Ma confidiamo di farcela, quanto meno nei primi punti del nostro programma.

L'Attuale Erede al nostro trono è il Principe Carlo di Borbone il cui sito www.realcasadiborbone.it a voi la possibilità e l'impegno di studiare e contattare Codesta Nostra Speranza.

 

Generale degli Ausiliari del Re, Zappo

Sub Comandante Lelez

 

Lavori sul Progetto e diffusione del Blog

Oggi e domani saranno giornate dedicate ad una cosa della massima importanza. Il "Sub Comandante" Lelez e io stiamo lavorando a quelli che sono gli obbiettivi reale, a cosa vuol dire essere un Neo Borbonico convinto oggi. Nonostante alcuni obbiettivi comunu con i movimenti ufficiali troviamo alcune loro rivendicazioni troppo lievi, ma comunque li stimiamo, li apprezziamo e ci giudichiamo loro fratelli nella lotta per la Verità, che è e resta il nostro primissimo obbiettivo. Con buona fortuna domani riusciremo a pubblicare su questo blog il testo visto e rivisto risultato della comparazione delle due Bozze, mia e del Sub Comandante riguardo fini poltici e culturale. Il Sub Comandante sta svolgendo un ottimo lavoro in questo sencondo campo raccogliendo testi e informazioni storico letterarie.
 
Vi rimando alla giornata di domani nelle cui con buona fortuna avremo la prima Bozza di progetto. Intanto abbiamo postato il nostro indirizzo a piè dei Video dei Fratelli che hanno illuminato Youtube sulla nostra Realtà.
 
Viva il Re di Borbone! Viva il Regno delle due Sicilie!
 
Generale degli Ausiliari del Re, Zappo.

Video ottimo dal Tg2

 
E' incredibile...splendido video del Tg2, abbastanza buono e comunque un ottimo passo per la tv di stato italiano.
Diffondete i lblog e il video!
 
Vi preghiamo di postare ovuqneu potete, sotto i senzienti video dell'ottimo youtube, il blog e i siti che esso e voi avete raccolto!
 
viva il Re! Viva il Regno!
 
(www.realcasadiborbone.it contattate pure)

Video Esplicativo

 
Ciccio ci ha regalato co la sua segnalazione questo meraviglioso ed educativo video, dalla musica splendida.
 
Citiamo la Strofa "Chi ha avut, Chi ha avuto adda pavà!"

Ulisse Sabato 21:30! Attenzione!

Incredibile. Pare proprio che questo Sabato il progrmma di Alberto Angela Ulisse alle 21:30 manderà in onda una puntata...
Sullo Splendore del Regno delle Due sicilie! Ovviamente è nostro dovere vederlo, registrarlo, commentarlo e diffonderlo!
Sperando sia una cosa ben fatta e rispettosa della verità storica.
 
Viva il Re!

La lettera di Re Francesco II

Pubblico oggi il commovente e sentito proclama di Re Francesco al suo popolo nell'ora della fine. Ne traspare il ritratto mite e cristiano di un re buono e pacifico. Il tradimento sabaudo l'infamia e la blasfemia sabauda riecheggia di sfondo a questo strupro di infante che fu la conquista del Regno delle due Sicilie.

 

Proclama reale dell’8 dicembre 1860

"Popoli delle Due Sicilie!

Da questa Piazza, dove difendo più che la mia corona l'indipendenza della patria comune, si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici.

Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; che mai ha durato lungamente l'opera della inequità, ne sono eterne le usurpazioni.

Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie; ho guardato con isdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ho combattuto non per  me, ma per l'onore del nome che portiamo.

Ma quando veggo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portanti il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore Napolitano batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode Armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell'astuzia.

Io sono Napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo, che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni mie ambizioni.

Erede di un'antica dinastia, che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni, ricostituendone la indipendenza e l'autonomia, non vengo, dopo avere spogliato del loro patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa, ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d'Italia.

Sono un Principe vostro, che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra' suoi sudditi. Il mondo intero l'ha veduto: per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia corona.

I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio Consiglio; ma nella sincerità del mio cuore io non potea credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire dopo tante nostre sventure un'era di persecuzione; e così la slealtà di pochi e la clemenza mia hanno aiutato la invasione Piemontese, pria per mezzo degli avventurieri rivoluzionari e poi della sua Armata regolare, paralizzando la fedeltà de' miei Popoli, il valore dei miei soldati.

In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia di sangue; ed hanno accusata la mia condotta di debolezza. Se l'amore più tenero pei miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nell'onestà degli altri, se l'orrore istintivo al sangue meritano questo nome, io sono stato certamente debole. Nel momento in che era sicura la rovina dei miei nemici, ho fermato il braccio dei miei Generali per non consumare la distruzione di Palermo; ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esperia agli orrori di un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed in Ancona.

Ho creduto di buona fede che il Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio Governo un'alleanza intima pei veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari.

Io avea dato un'amnistia, avea aperto le porte della patria a tutti gli esuli, conceduto ai miei popoli una Costituzione. Non ho mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a guarentire alla Sicilia istituzioni libere, che consecrassero con un Parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica, rimuovendo a un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento.

Avea chiamato ai miei consigli quegli uomini, che mi sembravano più accettabili alla opinione pubblica in quelle circostanze; ed in quanto me lo ha permesso l'incessante aggressione della quale sono stato vittima, ho lavorato con ardore alle riforme, ai progressi, ai vantaggi del paese.

Non sono i miei sudditi, che han combattuto contro me; non mi strappano il Regno le discordie intestine; ma mi vince l'ingiustificabile invasione d'un nemico straniero.

Le due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani dei Piemontesi. Che ha dato questa rivoluzione ai miei popoli di Napoli e di Sicilia?

Vedete lo stato che presenta il paese. Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l'Amministrazione è un caos: la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni son piene di sospetti: in vece di libertà lo stato di assedio regna nelle province, ed un Generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi, che non s'inchinino alla bandiera di Sardegna.

L'assassinio è ricompensato; il regicidio merita un'apoteosi; il rispetto al culto santo dei nostri Padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori al proprio paese ricevono pensioni, che paga il pacifico contribuente. L'anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri  han rimestato tutto per saziare l'avidità o le passioni dei loro compagni. Uomini che non han mai veduto questa parte d'Italia o che ne hanno in lunga assenza dimenticati i bisogni, formano il vostro Governo. Invece delle libere istituzioni che io vi avea date, e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura, e la legge marziale sostituisce adesso la Costituzione.

Sparisce sotto i colpi dei vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le due Sicilie sono state dichiarate province d'un Regno lontano. Napoli e Palermo son governati da prefetti venuti da Torino.

Vi è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell'avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri Padri. Che l'oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei Popoli e alle istituzioni che ho loro accordate. Indipendenza amministrativa ed economica per le due Sicilie con Parlamenti separati, amnistia completa per tutti i fatti politici; questo è il mio programma. Fuori di queste basi non vi sarà pel paese che dispotismo o anarchia.

Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare così santo e caro deposito. Se l'autorità ritorna nelle mie mani, sarà per tutelare tutti i diritti, rispettare tutte le proprietà, guarentire le persone e le sostanze dei miei sudditi contro ogni sorta di oppressione e di saccheggio. E se la Provvidenza nei suoi alti disegni permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero l'ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò con la coscienza sana, con incrollabile tede, con immutabile risoluzione; ed aspettando l'ora inevitabile della giustizia, tarò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria, per la felicità di questi Popoli, che formano la più grande e più diletta parte della mia famiglia.

Francesco"

 

 

 
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